Arte.
Concetto astratto che accompagna l’uomo dall’inizio della sua esistenza.
Cercando di darne una definizione potremmo dire che un’opera d’arte è un prodotto in cui l’autore ha espresso il segno di un procedimento creativo impiegando sotto un ferreo e costante controllo la sua originalità e la sua inventiva.
Ed è proprio questa ad accomunare un gruppo di ninja di Iwa, che vivono un tale rapporto simbiotico con la materia dell’arte da essere riusciti a portare i loro corpi ad evolversi in modo da possedere insito in loro la capacità di creare opere meravigliose. Un’arte che si eleva al di sopra di ogni altra ritenuta tale, un’arte viva, che come ogni creatura nasce, cresce e muore, un’arte che è energia pura che nasce da un punto e si espande liberamente ignorando qualunque concetto di “spazio” o di “materia” coinvolgendo tutti i sensi di chi ha la fortuna di poterla apprezzare, ed infine si spegne. Un arte: l’esplosione.
In molti pensano che un’esplosione sia qualcosa di terribile e pericoloso, generato solo per mietere vittime, ma se davvero è una manifestazione tanto malvagia allora perché è così perfetta? La risposta non può certo essere espressa a parole, ma va sentita dentro se stessi, e ci potrà riuscire solo chi non fa parte di quell’immensa schiera di sempliciotti la cui mente non riesce a pensare con spirito di ricerca innovativa fuori dagli schemi classici, del manipolo gente mediocre che resterà appigliata al passato, passerà inosservata nel presente e sarà dimenticata nel futuro.
Sfortunatamente per via della mentalità chiusa degli abitanti del Paese della Terra questi artisti non ebbero la fama meritata e il loro numero rimase esiguo, così diversi di essi partirono alla ricerca di un luogo dove ottenere il giusto riconoscimento. Ognuno di loro ha una leggenda gloriosa, ma a stuzzicare il nostro interesse è una in particolare: la vicenda di una persona decisa a far conoscere la vera arte ovunque, e di come per anni viaggiò senza una meta ma con un grande obbiettivo, trovando infine un posto da chiamare “casa”.
I suoi lunghi itinerari lo avevano portato in ogni angolo del mondo, trovava nella libertà la sua ispirazione fino a che un giorno l’uomo, solitario, si trovò ad arrancare strisciando nel deserto. Per lui la fine per lui era vicina, se ne rendeva conto: gli mancavano le forze, la sua vista era appannata, la sabbia irritava le sei paia di labbra screpolate. Crollò esausto, rialzarsi avrebbe permesso di fare solo qualche metro prima di cadere nuovamente, sforzo vano, perché tentare? Si lasciò accogliere dall’caldo abbraccio dell’arido suolo, l’ultimo della sua vita, perché così spiacevole? Qualcosa di miracoloso ha l’apparizione proprio in quel luogo, proprio in quel momento, di uno spiritello del deserto che, spinto da grande bontà o da immotivata simpatia, decise di portare in salvo il moribondo. Una culla di sabbia si sollevò, sospinto da una dolce brezza, trasportando il malcapitato lontano. L’uomo, aprendo gli occhi, vide una, due, tre persone, poi una stanza, un ospedale. Riacquistando un minimo di lucidità si rese conto di essere ancora vivo, allora balzò in piedi e dalla finestra scorse vie affollate. Meravigliosa visione la vita, cosa che in quel luogo abbondava, cosa che gli era appena stata restituita.
Quella persona non abbandonò mai quel villaggio, Suna, e fu il progenitore di una nuova famiglia che prese il suo cognome: Okamoto.

