Messaggio #4 della Pagina da Julia » 26/09/2014, 10:43
Quando partii per la rotta maggiore insieme ad Albarn ed a pochi altri uomini, convinta ad intraprendere questa nuova avventura, l'avevo messo in conto. Saabira, non è più la tua locanda il tuo mondo, la gente non ti riconoscerà, partirai da zero, nessuno ti mostrerà il giusto rispetto, dovrai conquistarlo di nuovo, poco a poco, con il coltello tra i denti. Sarai una donna in un mondo dove la cruda violenza, la mascolinità verrà esaltata mentre la tua femminilità derisa, fatta oggetto di scherno e di trattative, ripartirai da un livello che t'eri lasciata alle spalle oramai molti anni fa, dovrai essere paziente, calma, o finirai con il cacciarti nei guai con il primo idiota che incontrerai sulla tua strada.
Beh, erano tante belle idee, spunti di riflessione che mi accompagnarono durante il lungo viaggio cominciato con i resti brucianti della Settima Vita. Spunti di riflessione che avrei mandato alle ortiche in brevissimo tempo.
Seduta a poco più di un metro, si voltò verso questo gattaro insolente e mezzo nudo, con il gelo negli occhi, il sorriso cortese che mi accompagnava svanì, le labbra serrate in espressione a metà tra il severo ed il disgustato.
Comprare e venire comprati, usare ed essere usati: era sempre la stessa storia che si ripeteva, anno dopo anno, vita dopo vita.
Sentiva il sangue pompare nelle vene, la tachicardia che saliva, la furia incrementare esponenzialmente le possibilità di un gesto tanto avventato quanto inutile ed allo stesso tempo a me necessario per chiarire il concetto.
"SAI QUANTO MI INTERESSA DI CIO' CHE TI COMPIACE?"
Con un movimento stizzito ed al contempo impressionante, piantai uno dei coltelli da lancio su quella stupida panchina su cui avevo avuto la malaugurata idea di sedermi, nascondendo la lama completamente nel legno, lasciando visibile solo il grazioso intarsio cui era dotato il manico. Mi alzai di scatto, solo per vedere scatenarsi sotto i miei occhi un putiferio di piume, unghie e pistole gementi.
Non mi sono mai piaciute le pistole. E' difficile udire il foro d'entrata farsi strada in un corpo quando questo è accompagnato da una deflagrazione, al contrario, con un coltello, l'unico rumore a giungere all'orecchio è il soffice impatto con la carne, certezza del bersaglio colpito. Il sibilo dell'aria non riusciva a coprirlo, era solamente la sua overture.
A debita distanza, evitai di farmi colpire da uno stupido proiettile vagante.
"Avrei avuto meno problemi in quella dannata Whiskey Peak."
Mi passò per la mente, invece di domandarmi perché non mi fossi già allontanata da quella piazza e da quel branco di esseri tutt'altro che umani. Rimasi, però. Ero curiosa di dove tutto questo sarebbe andato a parare, avevo la necessità di chiarire con quella persona che la donna che aveva davanti difficilmente sarebbe potuta essere assimilata al lavoro più antico della storia, volevo che se lo ricordasse finché aveva la fortuna di essere vivo. Dovevo cominciare a pretendere rispetto nel mio nuovo mondo.
La mia cortesia era stata fraintesa, avevo sbottato, messo mano ai coltelli, non potevo lasciare cadere la questione. Non la lucidità però. Lo lasciai parlare per questo. Non lo interruppi anche se ogni parola pronunciata con quella sufficienza mi spingeva al crimine come poche altre cose sul pianeta.
Non si meritava nulla, in quel momento, per quanto mi riguardasse. Era più una questione di principio.
"Ascoltami bene, cavaliere di ventura, amico degli animali, qualsiasi cosa tu sia, chi se ne frega. Se sono donne da materasso quelle che cerchi - hai ragione allora, sei stato fortunato - posso farti la carità e finanziarti la stronza notte di piacere di cui evidentemente hai bisogno. E anche un cappotto, magari."
Mi avvicinai, in modo da rendere la mia voce un sibilo. Allo stesso tempo, mi ritrovai così vicina da distinguere i lineamenti della persona con cui avevo a che fare. E così, per la seconda volta in pochi giorni, mi ritrovai a riconoscere uno degli ospiti del tiro al bersaglio - l'unico motivo per cui s'appendevano al muro manifesti di taglia alla Locanda della Settima Vita, ritrovo di feccia, oramai un mucchio di cenere nel Mare Meridionale.
"Ah, curioso. Ecco il perché della tua insolenza... Capitano? In ogni caso. Provengo da fondi più bassi di quanto potrai mai raggiungere, non credere che qualche milione sulla testa sia ciò che basta a farmela fare sotto perché non è così, Dean Avery."
Ecco, ero partita per la tangente, ogni tanto mi capitava, quando perdevo le staffe. Mi ero cacciata in guai peggiori per molto, molto meno. Ma in quei momenti non ci pensavo, così presa com'ero dal mio monologo.
Mi ributtai su quella dannata panchina, osservando l'impugnatura del coltello.
"Puttana era mia madre, volevano vendere anche me, fu allora che tagliai la mia prima gola. Sono una stronza, una traditrice, una manipolatrice, un'assassina, una ladra, un'ottima cuoca ed il Vicecapitano della mia ciurma. Sono tante cose, ma non una puttana. Ora - collega? - se il concetto ti è chiaro, per me si può anche partire da zero."
Con un movimento seccò ritirai la lama dal legno facendola sparire tra le stoffe del sari sotto la mantella. Non era cambiato nulla, ero seduta nell'esatto punto in cui ero prima.
"E che non si dica che io sia ineducata, sono Saabira Neelam, molto piacere. Ora, hai mica qualcosa da bere?"
Sbottai, quasi a dover rinfrancare la mia posizione, in segno di collaborazione, quasi. Presto sarei partita, avrei accolto l'intero mondo come nemesi ed avrei combattuto per vederlo prostrarsi sotto i piedi del Capitano Albarn e dei miei. Mi era rimasto poco tempo per lasciare spazio alla mia parte diplomatica. Avery sarebbe stato presto null'altro che un rivale, ma non lo era ancora. Non secondo il mio punto di vista, non quando dovevo fare rifornimenti, per lo meno.