Piazza del porto - Big Horn

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Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #0 della Pagina da Geko_M » 08/09/2014, 20:12

E il fulcro attorno al quale si sviluppa il piccolo Villaggio Big Horn, detto anche il “Villaggio dove cade la neve”. Infatti, candidi fiocchi scendono dal cielo coperto continuamente, durante tutto l’arco dell’anno. Esso si distribuisce a mezzaluna, abbracciando il porto.
Al centro della piazza è ubicato un pozzo, coperto da una piccola tettoia. Sugli angoli superiori della piazza potete trovare l’Armeria – a sinistra – e la Bottega – a destra. Alla sua sommità si sviluppa la Strada per le Rocky Drum.


Luogo d'incontro per i giocatori, dover poter ruolare
Ricordatevi che dovete fare un post di almeno 4 righe.

Terreno: Artificiale
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #1 della Pagina da Avery » 24/09/2014, 23:21

Avery. Una calma instabile come la bonaccia prima della tempesta, un ego tumultuoso caratterizzato da autocontrollo, moderazione e profonda conoscenza delle parti più remote e oscure di ciò che lo circondava, risultavano in chi lo osservava in un sincero stato di apparente serenità. Era come un profumo rimasto nell’aria, una scia morente su uno specchio d’acqua, l’impressione nello spazio che lascia una figura luminosa dopo essere sparita nell’ombra.


Le perline ciondolavano sotto le tese del cappello tricorno, smosse dal gelido vento del nord di Drum. Avery se ne stava graziosamente seduto ad assaporare del vino rosso speziato, sorreggendo con eleganza un luminoso calice di cristallo, osservando nella pace notturna la città ai suoi piedi, il mare all'orizzonte e le navi ormeggiate in rada al largo del porto, le candide vele ammainate sulle cime degli alberi fitti come in una foresta, illuminati dalla argentina luce lunare e da un manto trapuntato di stelle, simili a una manciata di zucchero a velo cosparsa da una mano generosa sul panno notturno di nero velluto.

Osceno nella sua postura. Osceno nel mostrare il ventre asciutto e nudo, il pettorale muscoloso coperto da una rada peluria e da numerose cicatrici sotto la pelliccia di chissà quale bestia che lo teneva caldo e che teneva aperta per chissà quale oscuro motivo. Forse perché amava ostentare la sua ostinata noncuranza per la sua stessa incolumità fisica, per urlare al mondo che a lui del freddo non importava un cacchio di accidente. Forse perché amava mostrare al mondo tutta quella carne addestrata a uccidere e navigare, quella pelle brunita dall'astro diurno e forgiata dal fuoco di mille avventure, quel corpo agghindato con collane d'oro bianco e ciondoli di zaffiri e rubini, con denti di squalo e unghia di gigante, con molari umani e i suoi inseparabili i pezzi da otto. Forse perché era semplicemente Avery ed era fatto a modo suo.

Quell'uomo è uno stronzo, pensava chi lo incontrava per la prima volta. Quell'uomo è pericoloso, pensava chi ci pensava ancora una volta.

Ma chi lo conosceva meglio sapeva che non c'erano certezze quando si trattava di lui. Nascondeva ogni emozione dietro occhi neri come una notte senza luna e si lasciava scivolare addosso qualunque cosa giungesse alla sua attenzione con involontaria sufficienza. Non aveva bisogno di nulla, se non di contemplare il mondo. Come quella notte. Contemplava il mondo con occhi pieni di meraviglia seduto su un tetto assolato, con quel suo sorriso da schiaffi dipinto su un viso da pirata gentiluomo.

I gatti erano le uniche creature attratte dall'odore salmastro della sua sagoma sinistra e gli tenevano compagnia. Camminavano con zampe sospese nel silenzio, annusandolo, strofinando la coda contro le sue gambe calde, facendo le fusa e miagolando. I più temerari gli soffiavano contro e mostravano le proprie temibili zanne. Avery rispondeva mostrando le sue. Zanne candide e perfette come perle di giada che avresti voluto pestare fino a trasformare la mano in un puntaspilli sanguinolento di schegge di incisivi.

Il suo sospiro era una condensa quasi solida. Una mano dalle unghie nere carezzava con lo stesso amore la testa nera di un gatto nero e l'impugnatura in corda di Canto Notturno, una lama dall'acciaio nero come la morte. Ho sposato la notte, pensò Avery.

Avery: Questa notte è bellissima. - Disse alle stelle. - Proprio come quella notte. Di tanto tempo fa. Ricordi?

Sab: CRAAA! La luna muore, la luna muore! CRAAA! - Rispose gracchiando il corvo albino di Ohara appollaiato sulla sua spalla, che i gatti guardavano con un certo interesse.

Avery: Una notte luminosa è una notte piena di avventure.

Nell'oscurità della rada, un pennone di legno scintillò per un istante alla luce lunare. Un teschio bianco, comparve nelle tenebre su uno sfondo nero, per essere inghiottito dalle ombre dopo un solo istante.
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #2 della Pagina da Julia » 25/09/2014, 20:00

Mi ritrovai quindi su d'un ponte che lento, s'appropinquava ad una riva fredda, battuta da un vento severo. Ricambiavo con la stessa espressione la sagoma buia che si perdeva nelle nuvole, annunciando l'imminente arrivo.
Drum s'era prospettata la migliore alternativa: a Little Garden, l'inviolata Little Garden, avrei dovuto cacciare i rifornimenti, finendo per spendere tempo prezioso per risultati incerti. Whiskey Peak, d'altronde, era conosciuta per la sua caotica incertezza. Per un lavoro pulito, senza impicci, Drum era stata la scelta migliore.
Avevo ancora una notte per riflettere sull'impiego migliore dei miei denari, facevo conto di ritornare per la notte seguente in modo da riuscire ad organizzare l'imminente partenza.
Scesi quindi sottocoperta, dove mi buttai addosso una calda mantella rosso fuoco, quasi per fare uno sgarbo al mio sari Indaco ed al bluastro e grigiastro clima nevoso che prospettavo di incontrare, seppur avvolto dalla notte.
Non avevo intenzione di cedere di fronte a nessuno, meno che mai all'ostentazione monotona di colore.
Tornai sul ponte, giusto in tempo per l'attracco.
La riva era spazzata dal vento, il cielo limpido, libero di sfoggiare tutti i suoi gioielli.
Un quarto d'ora dopo, camminavo a passo lentissimo, su quella banchina venata di ghiaccio. Anche la riva, la costa lo era. Instabile ghiaccio marittimo, che scuoteva, sbatteva, si lamentava con stridii e ticchettii che l'orecchio attento poteva chiaramente distinguere.
L'isola su cui era nata aveva periodi di clima decisamente rigido, aveva imparato a conoscere quel genere di rumori, ed a non fidarsi del ghiaccio.
Mi muovevo lenta, assimilando ogni dettaglio di quel nuovo angolo di mondo che vedeva la mia presenza. Le cominciava a piacere, quell'aspetto. La prospettiva di dover vivere abbastanza per poter svelare un altro angolo di mondo ai suoi occhi.
Caricava la precarietà dell'esistenza pirata di un che di sublime.
Terrificante ma magnificente.
Dovevo convincermi che la mia vita precedente non fosse che un bozzolo, un lento ed inesorabile mutare, per trasformarmi nella farfalla che ero destinata ad essere.
L'unica differenza era che avevo bruciato il bozzolo dalle fondamenta, intrappolando esseri più deboli all'essere carbonizzati col mio passato.
Una brutale selezione naturale, per nascere, quasi una farfalla squalo.
Risi, formulando quel bizzarro pensiero, producendo forse il mio primo suono da quando avevo messo piede su quell'isola.
Non passò inosservato, un'altra creatura silenziosa percorreva quelle stesse assi, mi squadrò, restituendomi un miagolio speranzoso.
Mi avvicinai, quindi, riconoscendo un grasso gatto rosso dagli occhi gialli, che assomigliava paurosamente ad uno dei gatti di Pat. Precisamente, quello che aveva cominciato a mangiarle uno degli occhi poco dopo che era trapassata, venendo nutrito per la sua ultima volta da quella sfortunata signora.
Mi piegai sulle ginocchia per accarezzargli il capo, mentre il gatto si strusciava con fare sornione contro le mie caviglie.
I felini, con il loro indiscriminato opportunismo, mi avevano sempre affascinato.
Forse fu per questo che - quando si dileguò - non trovai nulla di meglio da fare che seguirlo.
Il mercato non avrebbe messo fuori merci per ancora qualche ora.
Con passi rapidi e silenziosi cominciai a pedinare il felino, domandandomi dove questo mi avrebbe portato, oppure se avesse reso le cose più divertenti cominciando a scappare. Invece, molto più semplicemente, girò l'angolo, con me a tampinarlo.
Quando alzai gli occhi, realizzai che non potevo più vantarmi della mia solitudine. Anzi dovetti evitare che la mia persona ed i miei abiti urtassero un tizio seduto poco più in là.
D'istinto mi fermai ed alzai lo sguardo.

"Mi scusi." Sputai, d'istinto. "Oh, non mi aspettavo che la piazza fosse così vicina."

Portai frustrata lo sguardo sul gatto, poi lasciai perdere. Ero molto più perplessa dal fatto di trovare un uomo a petto nudo che riuscisse ancora a muovere le dita sulla testa di un altro felino, e quindi non completamente congelato.

"Insomma, suppongo che si tenga qui il mercato."

Squadrai la panca, reputandola abbastanza decente da consentire di sedersi.
Non avevo nessuna voglia di mescolarmi al baccano di una locanda, né di trovare un luogo in cui dormire, decisi di rimanere lì. Un po' per i gatti, un po' per il rumore del ghiaccio, un po' perché non sapevo quando avrei trovato qualcuno a cui rivolgere la parola da quelle parti a quell'ora; in fondo non ero arrivata che da poche decine di minuti.

"Non le dispiace, vero, se mi fermo. Ho una partenza da organizzare e potrebbero essere le ultime ore tranquille che passerò per un po' di tempo."
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #3 della Pagina da Avery » 26/09/2014, 1:25

Una notte luminosa porta avventure ed eccone spuntare una dal nulla. Gli occhi neri di Avery sembravano inghiottire ogni luce, al contrario di quelli dei gatti che aveva attorno, simili a dobloni infuocati nell'oscurità. Molte paia di occhi si spostarono sulla donna che si era appena avvicinata, ma solo due fra essi non scintillavano di sorpresa.

Avery: Sab, l'atteggiamento servile di questa fanciulla non mi compiace. Siamo forse capitati nei pressi del bordello? Perché forse mi avanza qualche monetina di rame...

Sab: CRAAA! Dove vanno le puttane? CRAAA! Dove vanno le puttane! - Gracchiò il corvo albino di Ohara mentre Avery si smucinava con la mano nelle tasche emettendo suoni tintinnanti, completamente noncurante della sua sconceria, poiché le tasche erano decisamente vicine al pacco.

A quel punto un gatto balzò dal nulla sulla spalla di Avery, nel tentativo di catturare il suo corvaccio dalle penne canute. Ma Sab era svelto e gracchiò impaurito, sbattendo le ali in un turbinare di piume e schivando il felino predatore, che tuttavia ebbe l'onore di sbilanciare il corsaro e fargli volare via il bicchiere con il vino, che si schiantò contro le tegole del tetto dove era appollaiato. Il bicchiere si schiantò e Avery cadde di lato, frantumando qualche tegola.

Avery: UUUAAARRRGGGHHH!!! - Gridò infuriato mentre cadeva. La mano della spada afferrò malamente una rivoltella dal manico intarsiato infilata nella cintola, con una lunga canna a carezzare la sua virilità. Iniziò a sparare alla rinfusa, a caso senza prendere la mira. - PRENDETE QUESTO, FIGLI DI UNA GATTA INGRAVIDATA DA UN CANE, ASSAGGIATE IL PIOMBO!!! SAB, DOVE CAZZO STAI?! TORNA QUI FOTTUTO PENNUTO!!!

Gridava e sparava, gridava e sparava. BANG! BANG! BANG!!! Il fumo si sollevava dalla canna della rivoltella con un rombo fragoroso, ma nessun gatto fu colpito. Lo fece di proposito, ma magari era davvero un completo inetto. Una cosa era sicura, la pistola non era finta.

Il pirata balzò in piedi agile come un equilibrista, in bilico sulle tegole spioventi rese viscide dal ghiaccio. Osservò l'orizzonte e il corvo albino allontanarsi, mentre tutti i gatti si erano ormai dileguati, terrorizzati. Ripose la pistola, si sistemò il cappello tricorno e tornò a guardare la sua nuova interlocutrice.

Avery: Un'avventura porta sempre guai. Ma questo avrei dovuto capirlo. - Tirò su con il naso. - Con chi ha l'onore di parlare quest'uomo?

Domandò mentre si piegava sulle ginocchia, assottigliando le palpebre e tornando a fissare ancora l'orizzonte.

Avery: Sab è un corvo albino di Ohara. Un uccello malvagio, più demonio che pennuto. Mangia molte gallette e giuro su tutti gli Dei che non ho mai vinto una partita a scacchi contro di lui. Tranne quella volta in cui gli puntai la pistola contro il becco. Quella volta ho vinto. Gh.

Snudò i candidi denti perfetti e fu come aver snudato una spada. Un sorriso snervante ma bello, sicuramente misterioso. Lo stesso sorriso schiaffato su una mostruosa quantità di manifesti di taglia sparsi un po' ovunque. Quando tornò a guardare la donna appena arrivata, i pezzi da otto gli calarono ciondolanti di fronte al petto nudo. Una mano iniziò a massaggiare il viso dall'aria nobile e un lembo della pelliccia scoprì il log pose al suo polso.

Avery: Sei stata fortunata signorina. Saranno ore tranquille. Il tempo trascorso con un cavaliere di ventura è sempre latore di serenità. Soprattutto se quel cavaliere di ventura sono io, rinomato galantuomo fra coloro della mia risma. - Inclinò il capo da una parte, gli occhi neri fissi su di lei. - Si da il caso che anche io sia un viaggiatore. Abbiamo qualcosa in comune. Ma una donna e una tolda raramente vanno d'accordo. Una donna e un materasso è meglio. Due donne e un materasso, ancora meglio.

Il giovane corsaro si ritrovò a imprecare contro il cielo dopo un momento passato alla ricerca del bicchiere di vino che non c'era più. Dalla foresta in rada, un paio di occhi assenti su un teschio candido li osservavano ridenti e allegri. L'occhio sorridente di Avery.
Ultima modifica di Avery il 26/09/2014, 7:03, modificato 1 volta in totale.
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #4 della Pagina da Julia » 26/09/2014, 10:43

Quando partii per la rotta maggiore insieme ad Albarn ed a pochi altri uomini, convinta ad intraprendere questa nuova avventura, l'avevo messo in conto. Saabira, non è più la tua locanda il tuo mondo, la gente non ti riconoscerà, partirai da zero, nessuno ti mostrerà il giusto rispetto, dovrai conquistarlo di nuovo, poco a poco, con il coltello tra i denti. Sarai una donna in un mondo dove la cruda violenza, la mascolinità verrà esaltata mentre la tua femminilità derisa, fatta oggetto di scherno e di trattative, ripartirai da un livello che t'eri lasciata alle spalle oramai molti anni fa, dovrai essere paziente, calma, o finirai con il cacciarti nei guai con il primo idiota che incontrerai sulla tua strada.
Beh, erano tante belle idee, spunti di riflessione che mi accompagnarono durante il lungo viaggio cominciato con i resti brucianti della Settima Vita. Spunti di riflessione che avrei mandato alle ortiche in brevissimo tempo.
Seduta a poco più di un metro, si voltò verso questo gattaro insolente e mezzo nudo, con il gelo negli occhi, il sorriso cortese che mi accompagnava svanì, le labbra serrate in espressione a metà tra il severo ed il disgustato.
Comprare e venire comprati, usare ed essere usati: era sempre la stessa storia che si ripeteva, anno dopo anno, vita dopo vita.
Sentiva il sangue pompare nelle vene, la tachicardia che saliva, la furia incrementare esponenzialmente le possibilità di un gesto tanto avventato quanto inutile ed allo stesso tempo a me necessario per chiarire il concetto.

"SAI QUANTO MI INTERESSA DI CIO' CHE TI COMPIACE?"

Con un movimento stizzito ed al contempo impressionante, piantai uno dei coltelli da lancio su quella stupida panchina su cui avevo avuto la malaugurata idea di sedermi, nascondendo la lama completamente nel legno, lasciando visibile solo il grazioso intarsio cui era dotato il manico. Mi alzai di scatto, solo per vedere scatenarsi sotto i miei occhi un putiferio di piume, unghie e pistole gementi.
Non mi sono mai piaciute le pistole. E' difficile udire il foro d'entrata farsi strada in un corpo quando questo è accompagnato da una deflagrazione, al contrario, con un coltello, l'unico rumore a giungere all'orecchio è il soffice impatto con la carne, certezza del bersaglio colpito. Il sibilo dell'aria non riusciva a coprirlo, era solamente la sua overture.
A debita distanza, evitai di farmi colpire da uno stupido proiettile vagante.

"Avrei avuto meno problemi in quella dannata Whiskey Peak."

Mi passò per la mente, invece di domandarmi perché non mi fossi già allontanata da quella piazza e da quel branco di esseri tutt'altro che umani. Rimasi, però. Ero curiosa di dove tutto questo sarebbe andato a parare, avevo la necessità di chiarire con quella persona che la donna che aveva davanti difficilmente sarebbe potuta essere assimilata al lavoro più antico della storia, volevo che se lo ricordasse finché aveva la fortuna di essere vivo. Dovevo cominciare a pretendere rispetto nel mio nuovo mondo.
La mia cortesia era stata fraintesa, avevo sbottato, messo mano ai coltelli, non potevo lasciare cadere la questione. Non la lucidità però. Lo lasciai parlare per questo. Non lo interruppi anche se ogni parola pronunciata con quella sufficienza mi spingeva al crimine come poche altre cose sul pianeta.
Non si meritava nulla, in quel momento, per quanto mi riguardasse. Era più una questione di principio.

"Ascoltami bene, cavaliere di ventura, amico degli animali, qualsiasi cosa tu sia, chi se ne frega. Se sono donne da materasso quelle che cerchi - hai ragione allora, sei stato fortunato - posso farti la carità e finanziarti la stronza notte di piacere di cui evidentemente hai bisogno. E anche un cappotto, magari."

Mi avvicinai, in modo da rendere la mia voce un sibilo. Allo stesso tempo, mi ritrovai così vicina da distinguere i lineamenti della persona con cui avevo a che fare. E così, per la seconda volta in pochi giorni, mi ritrovai a riconoscere uno degli ospiti del tiro al bersaglio - l'unico motivo per cui s'appendevano al muro manifesti di taglia alla Locanda della Settima Vita, ritrovo di feccia, oramai un mucchio di cenere nel Mare Meridionale.

"Ah, curioso. Ecco il perché della tua insolenza... Capitano? In ogni caso. Provengo da fondi più bassi di quanto potrai mai raggiungere, non credere che qualche milione sulla testa sia ciò che basta a farmela fare sotto perché non è così, Dean Avery."

Ecco, ero partita per la tangente, ogni tanto mi capitava, quando perdevo le staffe. Mi ero cacciata in guai peggiori per molto, molto meno. Ma in quei momenti non ci pensavo, così presa com'ero dal mio monologo.
Mi ributtai su quella dannata panchina, osservando l'impugnatura del coltello.

"Puttana era mia madre, volevano vendere anche me, fu allora che tagliai la mia prima gola. Sono una stronza, una traditrice, una manipolatrice, un'assassina, una ladra, un'ottima cuoca ed il Vicecapitano della mia ciurma. Sono tante cose, ma non una puttana. Ora - collega? - se il concetto ti è chiaro, per me si può anche partire da zero."

Con un movimento seccò ritirai la lama dal legno facendola sparire tra le stoffe del sari sotto la mantella. Non era cambiato nulla, ero seduta nell'esatto punto in cui ero prima.

"E che non si dica che io sia ineducata, sono Saabira Neelam, molto piacere. Ora, hai mica qualcosa da bere?"

Sbottai, quasi a dover rinfrancare la mia posizione, in segno di collaborazione, quasi. Presto sarei partita, avrei accolto l'intero mondo come nemesi ed avrei combattuto per vederlo prostrarsi sotto i piedi del Capitano Albarn e dei miei. Mi era rimasto poco tempo per lasciare spazio alla mia parte diplomatica. Avery sarebbe stato presto null'altro che un rivale, ma non lo era ancora. Non secondo il mio punto di vista, non quando dovevo fare rifornimenti, per lo meno.
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #5 della Pagina da Avery » 26/09/2014, 14:30

Il giovane corsaro continuava a fissare l’orizzonte lontano, dove la luce lunare si increspava sulle onde e il cielo notturno si confondeva con il mare nero e oleoso. Gli occhi scuri e assorti non davano modo di pensare che fosse distratto, in ascolto o in nessun modo in compagnia di qualche altro essere umano. Così, mentre lei accoltellava panchine e snudava parole più affilate dell’acciaio, lui si trovava semplicemente altrove. Guardò un istante il log pose, poi espose un palmo al vento implacabile.

Saabira: Questo qui, quello lì, puttana su, bassifondi giù…


Avery pensava e i suoi pensieri erano pregni di mare e di vento.

E’ ora di stendere le mie nere vele alla leggera brezza di sud-est che mi annuncia essere giunta l’ora di partire ancora una volta verso quella linea dell’orizzonte che la mia barca non raggiungerà mai…

Saabira: Perché io questo e io quello, sono una donna con le palle su e giù, taglio gole qui e là…


Avery sognava e il suo sogno sembrava non voler finire mai.

Ma dietro quell’orizzonte ci sono altre terre, altri amici e altre donne che vorrei conoscere meglio prima di doverli lasciare.

Saabira: Sono stronza, traditrice, ecc. ecc., sono cagna, pericolosa, ecc. CUCINO


Una parolina magica fece trasalire James Byron Dean Avery, Capitano di Ventura e mascalzone. La fanciulla era giunta così vicino da lui che finalmente riusciva a percepirne l’odore. Le puntò contro un indice dall’unghia nera, appesantito da un brillocco grosso come una noce.

Avery: La cucina. – Sorrise in un modo che ti faceva venire voglia di spaccargli ogni dente con un martello. – Ecco un posto che si addice a una donna ancora meglio di un materasso! Questo mi compiace.

Balzò in piedi come un gattone troppo cresciuto, impigrito dal troppo riposo. Cacciò uno sbadiglio osceno, senza preoccuparsi di mettersi la mano davanti alla bocca. Forse lei avrebbe potuto sentire il puzzo stantio del suo fiato da avvinazzato.

Saabira: Sono Saabira Neelam, molto piacere. Hai mica qualcosa da bere?


Ecco quali erano le uniche parole che Avery sembrava davvero aver ascoltato. Afferrò la mano della donzella di fronte a lui, protendendosi in un profondo e composto inchino, per sfiorarla con le labbra. Con l’altra mano si era sfilato il cappello tricorno, in un gesto di galanteria ormai dimenticato. Sotto il cappello, una bandana scarlatta consunta dallo scorrere del tempo gli fasciava la fronte.

Avery: Incantato, Saabira. Io sono James Byron Dean Avery. Cavaliere di Ventura. Al tuo servizio. – Disse sorridendo. Sorridevano anche i suoi occhi. In un modo sinistro. – Se ti compiace.

Quando la mano che reggeva il cappello tricorno riapparve, come per magia impugnava anche una fiaschetta. Una fiaschetta che ora stava porgendo a Saabira, la bella fanciulla della notte luminosa.
Ultima modifica di Avery il 26/09/2014, 14:31, modificato 1 volta in totale.
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #6 della Pagina da Julia » 27/09/2014, 10:51

Forse non avevo ben capito con chi avevo a che fare. Credevo fermamente - allora - che ci volesse una persona cosciente e consapevole di sé per capitanare una ciurma pirata e che di solito queste persone sapessero reggere il peso di una conversazione senza perdersi come un bambinetto di pochi anni a passeggio con la mamma.
In ogni caso, dovetti rendermi conto che ero andata a malapena ascoltata.
Valeva la pena perdere altro tempo, regalare altre parole al vento, per sentirle poi sbiascicare a casaccio? Ero abbastanza sveglia per decidere di lasciare cadere la questione.
Con un sopracciglio alzato, m'allontanai seguendo il suo movimento mentre s'avvicinava, esattamente com'era successo con il Signor Graves. Non amava la troppa vicinanza, non era persona da contatto.

"E' vero solo in parte. Una donna incapace in una cucina seria s'ammazzerebbe in un quarto d'ora. Un sacco di roba che brucia, un sacco di roba che taglia..."

Che poteva fare, se non assecondarlo per ottenere per lo meno da bere, nell'attesa che la notte rischiarasse per tornare alle mie faccende. Si, è vero, aveva un aria insopportabile, ma avevo conosciuto personaggi di gran lunga peggiori ed la situazione non era così pessima da meritare una fuga a gambe legate. Quindi, chi se ne frega, accettai quella stretta di mano, chiedendomi - comunque - perché così tanta gente amasse definire se stesso cavaliere di qualcosa. Altra domanda lecita: come mai una persona che non aveva ascoltato una parola di ciò che avevo detto potesse definirsi al mio servizio.
Ero un po' spiazzata, a dire il vero. Aveva un'incoerenza spaventosa.

"Come ti pare. Anche se non ho bisogno di gente che mi serva. Grazie."

Allungai la mano per afferrare il liquore offerto, realizzando - bevendolo - che poteva essere di gran lunga peggiore. Bevvi quindi ancora, per poi tirare fuori una lunga, intarsiata pipa dalla manica del sari. Il tabacco era un vizio che mi concedevo raramente: rendeva odore e gusto inibiti, per la gente del mio mestiere era una maledizione, ma trovavo nel suo aroma il marito perfetto per le alte gradazioni.
Un rivolo di fumo pallido s'alzò per poi venire travolto dal vento ghiacciato. Porsi indietro la fiaschetta.

"Allora, devo comunque passare il tempo. Un gioco a bere? Tre affermazioni, bevi quante volte è stata detta la verità, senza specificare a che si riferisce."

Non sapevo se mi stesse ascoltando, era un modo per ammazzare la noia, uno dei tanti che aveva imparato nel corso della vita.

"Allora?" Alzai un sopracciglio "Mi ascolti? Sei ancora su questo pianeta?"
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #7 della Pagina da Avery » 05/10/2014, 22:26

Il giovane pirata si schiaffò una delle sue due guance adorabili, arrossate sulle gote dal freddo e dallo spirito, su una mano talmente ricolma di gioielli da sembrare guantata d'oro e pietre preziose. Con occhioni neri grossi come due uova di gallina e le labbra distese in un amabile sorriso, osservava la fanciulla.

Avery: Certo, certo. Roba che brucia, roba che taglia... - Fece roteare l'altra mano nell'aria cristallina, sventolandola col palmo aperto. - Posti temibili. Le cucine, dico.

Tirò su con il naso, trattenendo una risata. Poi il suo viso si volse di nuovo verso l'orizzonte. Anche nelle tenebre più profonde si riusciva a vedere, se il vento batteva dalla parte giusta e la luna rifrangeva la sua pallida luce sul drappo di stoffa nera. Il teschio che lo guardava da lontano. L'occhio sorridente di James Byron Dean Avery, marinaio e pirata.

Saabira: Come ti pare. Anche se non ho bisogno di gente che mi serva. Grazie.


Mentre la mano del capitano sfiorava quella della giovane nel porgerle la fiaschetta, si passò la lingua sulle labbra. Il viso era sereno e rilassato, un viso bello dai tratti nobili, non come quello di certa feccia ripulita di quinta categoria. Il viso di un uomo allegro e tempestoso, il viso di un guerriero spensierato e oppresso da un destino ben più grande di lui.

Saabira: Allora, devo comunque passare il tempo. Un gioco a bere? Tre affermazioni, bevi quante volte è stata detta la verità, senza specificare a che si riferisce.


Un sopracciglio si inarcò. Le cose si facevano interessanti. Una voce gli sussurrò qualcosa nella testa.

Più di un valentuomo è stato ridotto sul lastrico dai capricci di una donna.

Il pensiero lo fece divertire. Si sedette sulla panchina con le gambe spalancate e la nuda pietra in mezzo, come se dovesse cavalcarla. Annuì una sola volta.

Avery: Si narra che chiunque si sia imbattuto nella mia meravigliosa persona ne abbia tratto inaspettato giovamento o utilità. - Se non una brutta morte. - Dunque, considerami pure al tuo servizio, graziosa fanciulla.

Nell'apostrofarla in quel modo, un bagliore remoto scintillò sul fondo dei suoi occhi scuri.

Avery: Nelle bieche taverne dei porti marinari non si è considerati veri uomini se non si arrischia almeno un poco della propria incolumità fisica, giocando d'azzardo. Così, giochi come La danza delle dita o I dadi bugiardi spopolano. Ma nonostante i tuoi sforzi di convincere al mondo che anche tu hai le palle, temo che in realtà tu non le abbia. Credo tuttavia che potremmo comunque rendere il tuo giochino più interessante, mettendo in palio qualcosa, una piccola ricompensa per il vincitore. Per rendere tutto più accattivante.

Il sorrisone del pirata trasudava entusiasmo. Schiaffeggiò la pietra davanti a lui per incitare la donna a sedersi lì di fronte, come se fosse stato un bambinetto in attesa della merenda. Sghignazzava allegro e vispo come una libellula. Poi tirò fuori un'altra fiaschetta dalla propria bisaccia.

Avery: Facciamo, i nostri segreti, ad esempio? Chi perde dovrà confessare all'altro qualcosa di inconfessabile. Il segreto più nero e vergognoso del proprio passato. Oppure qualcosa che possa risultare utile all'altro e a discapito di sé stesso. - Un unghia nera tintinnò sull'alluminio della fiaschetta. - Tre sorsi di questa e non ci metteremo molto a sputare fuori ogni cosa, garantito. Si, lo so che sei una tosta e reggi l'alcol. Ma credo che nemmeno una cuoca in gamba come te abbia mai provato la MAMA JUANA. - Un solo sospiro. Gli occhi di Avery all'improvviso non stavano più guardando la ragazza. La stavano soppesando. Come la carne al mercato. - Allora... ci stai?
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #8 della Pagina da Julia » 08/10/2014, 22:19

Perché determinati tipi di uomini dovevano sempre esagerare, tendere i concetti verso i loro estremi? Sono sicura morirò con questo dubbio. Non mi era affatto sembrato di essere stata rude o sgradevole, se non nella sfuriata che m'ero permessa poco prima.
Non sopporto, né sopportavo, nessuna allusione che affiancasse il mio nome alla prostituzione, mi ha sempre fatto perdere il controllo. Cominciai a perdere la pazienza, ma non in quella maniera che sfocia in rancore, quanto in quella che porta alla disillusione. Come quanto sfumano le aspettative su qualcosa.
M'era sembrata di essere chiara. Avevo dei piani, potevo permettermi un paio di turni di cicchetti. Non potevo mettermi certo a bere come se non ci fosse un domani.
Improvvisamente, rimpiansi di non aver riassunto un'aria formale, nonostante sarebbe probabilmente stato poco utile. Una sorta di difesa personale, racchiusa nella scelta delle parole, rigide, come un muro.

"No, mi ha fraintesa."

Sputai, d'istinto.

"Le ho detto che sono di partenza, avrò delle commissioni da fare all'alba. Cercavo un passatempo, non una sfida all'ultimo sangue. Inoltre, non posso permettermi di giocare in modo corretto, con delle responsabilità che mi gravano addosso. Per cui, mi dispiace, sono costretta a non poter accettare."

Era una situazione nuova, per me. Avere la responsabilità di un qualcosa che andasse più in là della protezione della sua persona. Il suo interesse era più ampio, ora, doveva fare attenzione a non metterlo a repentaglio con l'inesperienza? Eccesso di prudenza? Probabile.

"Con permesso, cercherò altrove le informazioni che mi servono. Mi spiace averle fatto perdere tempo."

Era drastico ma sentivo che sarebbe stato meglio così. Mi strinsi nella mantella, per proteggermi dal vento pungente, e guardai lontano, verso l'altro capo del molo. C'era ancora molto da fare. Forse era suggestione, ma le pareva che il cielo potesse già essere più chiaro.
Feci per ripensarci, lo ammetto, ma stetti sulla mia posizione.

"In ogni caso, non so se sia stato esattamente un piacere conoscerla... Arrivederla, il mondo è troppo piccolo per gli addii."
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Re: Piazza del porto - Big Horn

Messaggio #9 della Pagina da Avery » 09/10/2014, 15:08

Avery aveva puntato i suoi occhi neri come la luna in eclissi su Saabira. La osservava, soppesandola. Facendo tintinnare la fiaschetta d’acciaio con il tocco canzonatorio e strafottente di una delle numerose unghie nere di sporcizia e terra. Non era mai semplice trovare risposte che non sminuissero la densità e il mistero con il quale Avery soleva parlare e misurare chi aveva di fronte. Non era mai semplice capire cosa quel tempestoso corsaro avesse pianificato per il futuro di chi riceveva la grazia o la disgrazia di imbattersi in lui.

Quando ti imbattevi in Avery gli Dei lanciavano una moneta in aria. Gloria o rovina. Ricchezza o morte. Condanna o redenzione. Nessuno scampo, nessuna scelta. Non potevi fare altro che trattenere il fiato. Un mondo intero, in sua presenza, era condannato, umiliato, relegato all’attesa impotente.

Saabira: No, mi ha fraintesa.


Avery sorrise. Lo poteva sentire nell’aria. Quel tanfo insopportabile.

Saabira: Le ho detto che sono di partenza, avrò delle commissioni da fare all'alba. Cercavo un passatempo, non una sfida all'ultimo sangue. Inoltre, non posso permettermi di giocare in modo corretto, con delle responsabilità che mi gravano addosso. Per cui, mi dispiace, sono costretta a non poter accettare.


Saabira ce l’aveva addosso, Avery lo sentiva. Ne era imbottita e pregna. Le narici del suo naso dal morbido profilo si dilatarono, il viso bello e fiero nascose una smorfia infastidita, come se avesse appena percepito un acre olezzo appena pungente. Ma in realtà per lui era un ributtante puzzo nauseabondo.

Saabira: Con permesso, cercherò altrove le informazioni che mi servono. Mi spiace averle fatto perdere tempo.


Avery sorrise. Lo poteva sentire nell’aria. E la cosa lo divertiva un mondo.

Puoi mascherare le tue parole, ma non il tuo odore.

Avery lo conosceva molto bene, perché lo aveva percepito innumerevoli volte quell’odore.

L’odore della paura.

Sorrise ancora. Numerosi pendaglietti e monetine danzarono davanti occhi simili a specchi rotti e opachi, anneriti dal vissuto come oggetti di antiquariato.

Avery: Non posso costringerti, piccola colomba. Vai pure. Non è mai una perdita di tempo incontrare una signorina di così elevate ambizioni.

A quel punto il giovane corsaro si alzò e Saabira d’un tratto non c’era più. Quando fu in piedi i foderi delle lame che portava alla cintola imposero la loro presenza, sbattendogli contro la coscia. Si diede un’assestata, tastando le armi, stringendo la cinghia e aggiustandosi il pacco con scabrosa noncuranza. Poi voltò il suo guardo all’orizzonte.

Saabira: In ogni caso, non so se sia stato esattamente un piacere conoscerla... Arrivederla, il mondo è troppo piccolo per gli addii.


Si girò verso la donna. Sorrise in quel modo, solo lui sapeva sorridere così. Un sorriso da vero stronzo.

Avery: Gli uomini sono piccoli. – Fece. Si avvicinò di un passo a lei. Le sfiorò una ciocca di capelli con due dita, che poi si portò al naso, inspirando a fondo. – Sarebbe stato anche meglio se tu avessi accettato i soldi e aperto le cosce. Ma ogni mestierante ha i suoi orari e chi sono io per far incazzare il sindacato? – Sghignazzò, togliendosi il cappello e inchinandosi in un profondo, prolungato, dimenticato gesto di congedo. – Addio, signorina di elevate ambizioni. Scorderò nome e viso, ma non dimenticherò il tuo odore.

Le volse le spalle con una tranquillità disarmante, come se quella conversazione non avrebbe mai potuto terminare con una pugnalata fra le scapole, poi iniziò a camminare verso il porto. Un’ombra nelle tenebre. Un pirata sognatore. Un figlio della libertà, violento nel verbo e nei sentimenti, come acciaio scintillante esposto a un’alba troppo calda. Avery. Una spada nel mattino.
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